Non solo Bansky: (con)TemporaryArt a Milano


A cura di josie, Venerdi, 26 marzo 2010


Articolo a cura di Pixie

 

Bansky è uno street artist, un grafico, uno che imbratta i muri, uno a cui viene dedicata una personale a Superstudio Più. Bansky non ha nome, né volto; come un vero writer, ne conosciamo solo la tag.

Gli viene dato un piccolo spazio nell'ambito dell'immensa (con)TemporaryArt, kermesse artistica che fa da preludio alla più nota MiArt, la nostra fiera internazionale dell'arte contemporanea. È una sorta di fuori salone dell'arte, dove apprezzare realtà comprensibili e accessibili a molti, nel senso di pop.

Si direbbe, infatti, che Bansky sta all'arte come Vasco sta alla musica. È comunicazione visiva immediata. Il messaggio è semplice, sicuramente anarchico, alle volte già detto. Il fatto è che i suoi stencil sono belli proprio perchè chiari e inequivocabili. Nero su rosa, nero su azzurro, regina su donna per farsi fare un cunnilingus, su sfondo rosso. L'arte contemporanea è tanto divertente quanto irriverente ed umorista. È politica: il messaggio pacifista sempre presente è affidato ai ratti, che sono la mascotte del lavoro di Bansky, presenti fisicamente in tutta Londra, più numerosi dei cittadini. É a loro che fa portare i manifesti che ironizzano sulla guerra, sempre ingiusta. I soldati, invece, sfilano col carrarmato e i mitra, ma al posto del volto hanno uno smile giallo e ci augurano buona giornata, come in una cartolina per turisti.

Il Regno Unito è la patria di Bansky, ma è anche la patria del punk, che non è morto. Ce lo ricordano due vecchine che lavorano la maglia. Le stesse vecchine, pochi quadri più in là, giocano a bocce con delle bombe accese. Dunque le due giovani curatrici hanno avuto una bella idea. Forse avrebbero dovuto fare meglio i conti con l'esposizione della sala accanto: le opere di Shepard Fairey, meglio noto come Obey, si stagliano enormi lungo le pareti del capannone. Di conseguenza, quando ci si trova di fronte alla quindicina di tele di medio-piccola dimensione firmate dal writer inglese, si rimane d'impatto a bocca asciutta.
Dopotutto, l'accostamento di due colleghi di strada all'interno dello stesso spazio rende percepibile la moltitudine di espressioni dell'arte grafica-murale. Tuttavia il merito di Rosita Legnani e Anna De Gregorio sta nell'aver portato in Italia opere documentaristiche pregne di significato storico ed etico. Chi è stato a Londra sicuramente conosce Bansky, come chi è stato a Milano conosce Bros: è dappertutto. Di certo i nostri street artists non hanno nulla da invidiare per capacità tecnica ed originalità ma il messaggio lanciato da Bansky ha un notevole valore comunicativo.


Bansky ora dipinge indistintamente su carta, tela o acciaio, ma è uno dei tanti artisti il cui primo supporto è stato il muro, per poi dedicarsi alla tela e ricevere le attenzioni dei galleristi. Le opere esposte sono state realizzate negli ultimi dieci anni a testimonianza dell'autorevolezza del suo lavoro: Bansky non è un pivello londinese che si cimenta a casaccio facendo prove sui muri. È bensì un professionista, esposto in galleria, acquistato da personaggi famosi, tra cui Brad Pitt.

Quando è blasfemo la sua pittura è colata, i tratti non sono ben definiti. Ad esempio in Toxic Mary: la Vergine allatta il Bambino con una borraccia gialla, con tanto di teschio. Affinchè sia ben chiara e consacrata la sua appartenenza al novero dei Big dell'arte contemporanea, ci dipinge un omaggio a AndyWarhol: quattro latte di salsa di pomodoro su sfondo tinta unita.
Del suo stile ci colpisce anche l'utilizzo dello sfondo come parte integrante dell'opera costituita da stencil e colori Pantone su cui il soggetto gioca a stare dentro e fuori dallo spazio. Napalm, con Ronnie Mc Donald e Topolino, è tra i suoi quadri più famosi.

 

L'esposizione, di preciso, si trova in Via Tortona, 27, dal 22 al 30 marzo 2010; è gratis e aperta dalle 16 fino alle 20.

 

 

 

 


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