Truth Of My Youth
A cura di josie, Venerdi, 10 giugno 2005
Io sono una ragazza di 20 anni con la passione per le lingue e per il pop-punk. E spesso mi sento ronzare in testa una domanda piena di retorica e sarcasmo "Il punk è stato annacquato dal pop?"; quasi un'affermazione, più che un interrogativo.
Iniziai ad avvicinarmi alla scena, un po' come molti avranno fatto, ascoltando "Dookie" dei Green Day. Non subito, non nel '94. Ci vollero due o tre anni, quando uscì "Nimrod", diciamo, per prendere in mano anche il disco precedente. Io avevo 12 o 13 anni e quello strano personaggio dai profondi occhi verdi e dai denti storti divenne la mia ispirazione.
Non passò molto tempo che comprai un libro con testi e traduzioni a fronte. Fu così che iniziai ad interessarmi di cosa fosse quello stile, ma soprattutto di chi fossero i Green Day e di cosa parlassero nelle loro lyrics. Ricordo chiaramente che al Virgin sotto il Louvre di Parigi, quell'estate, non pensavo alle cartoline di Leonardo o di Delacroix, bensì meditavo su quale fosse il modo più convincente per invogliare papà a comprarmi "Kerplunk" e "1039 Smoothed Out Slappy Hours". Con un po' di fortuna ce la feci, e con quei due pezzi in più il mio puzzle, seppur ancora un po' confuso, si andava componendo.
In terza media nessuno poteva competere con me in merito al trio di Berkeley. L'estate successiva, al campo estivo dell'oratorio, tutte le ragazze mi pregavano di insegnare loro le parole di "Basket Case" e "Good Riddance (Time Of Your Life)".
Ma non mi nutrivo solo di Billie Joe e compagni. Nella lacustre provincia varesotta si sentiva parlare, e non senza risate o prese per il culo, di gente che cantava "in mutande da te..." oppure "ti amo, quando sono sbronzo ti amo di più..."; poi arrivavano ritornelli targati Offspring [mmh, questi passano anche in TV però...] e NoFX [un ciccione con i capelli arancioni!], si osannavano le borchie e le toppe di quattro rancidi Rancid e si echeggiava addirittura di leggendari personaggi attivi nei tardi anni '70: i loro nomi erano Johnny Rotten, Sid Vicious, Joe Strummer. Sex Pistols, The Clash. Sin da quel momento la disputa si sarebbe incentrata su cosa fosse realmente punk e su cosa non lo fosse, su cosa potesse essere considerato veramente alternativo [e quindi, positivo] e cosa invece non lo potesse [rappresentando, quindi, la negatività].
Per fortuna o purtroppo, si avvicinava l'anno in cui sarebbe esploso il fenomeno Blink 182.
Ero in prima superiore ed iniziai a studiare l'inglese come mia prima lingua; e ridevo, perchè sapevo tutte le parolacce contenute nei testi dei Green Day con le quali mi sollazzavo animatamente tra altri 15enni un po' meno esperti di me.
Ero in prima superiore e la mia conoscenza in materia di punk si estendeva piano piano, facendosi esigente ed anche un po' altezzosa.
Innegabilmente acchiappata da quei ritornelli così orecchiabili che recitavano "and that's about the time she walked away from me, nobody likes you when you're 23...", "say it ain't so, I will not go, turn the light off, carry me home", mi vedevo costretta a rinnegare quei tre poser di San Diego per la loro immagine così carina e stupida, e così dannatamente poco punk. I loro video mi facevano scompisciare, le loro canzoni mi avevano portata a cercare quel che ne era stato di loro, prima di quell' "Enema Of The State", trovando qua e là un "Dude Ranch", "Chesire Cat" e un "Buddha" che, comunque, avrei riscoperto più tardi.
Eppure io rinnegavo tutto questo perchè io volevo essere punk. Facevo la punk [era un indiscutibile sembrare, non un vero essere] e mi vestivo con i jeans strappati, indossavo lucchetti al collo e le All Star. Guai comprare qualcosa di marca, guai far capitare il telecomando su MTV anche solo per sbaglio, attenta ad apprezzare solo la gente e la musica azzeccata.
A 20 anni ci fai due grasse risate sopra, ma a 15 lo ritieni dannatamente importante, trovarti dalla parte giusta e avere il rispetto di chi ti dice "brava, ascolta questo e non quello". A 15 anni io vivevo dei sopracitati, più Ska-p, Millencolin, Pennywise e Lagwagon, che forse erano già troppo poco alternativi, se così vogliamo dire.
Ma per me significava moltissimo non essere come le mie compagne che vestivano Fiorucci e Onyx o i miei compagni in sempreterna tuta Nike. Loro erano omologati e piantati in fila come delle pecore, io no. Loro il sabato sera stavano a casa, io andavo al Nautilus o alle feste della birra ad ubriacarmi. Loro ascoltavano Eros Ramazzotti e gli Eiffel 65, io (hehe) proprio no. Loro credevano che tutto fosse rose e fiori, io credevo che tutto fosse il contrario e mi appellavo gli ideali dell'anarchia per sostenere la mia tesi; a qualcosa che in fondo non sapevo neanche lontanamente cosa potesse essere.
Poi arrivarono i miei 16 anni, ed io ero sempre più fermamente convinta delle mie idee troooppo alternative. Poi i 17, e la smania piano piano passava.
In questi ultimi due anni la mia adolescenza ha compiuto il più tremendo dei suoi corsi, riservandomi brutte sorprese e prove non certo facili. "I guess this is growing up", come dicono i miei Blink in "Dammit". In questi ultimi due anni delle lingue, quelle a cui mi ero appassionata interpretando i testi di NoFX e Ska-p, ho fatto uno stile di vita, scegliendo di studiarle all'università. In questi ultimi due anni ho capito che di punk è rimasto ben poco nel 2005, così come pure nel 2002; quantomeno di punk come lo si intendeva nel 1977.
Le motivazioni possono essere simili, il modo in cui ci si veste anche (magari), ma quello stile di vita non si può applicare rigorosamente ai giorni nostri.
Se leggi questo breve, inutile testo significa che usi internet, e se usi internet o c'è papà che te lo paga oppure te lo puoi permettere tu come sfizio; fossi veramente punk, non possederesti un pc. Fossi veramente punk, ti preoccuperesti di ben altro che non cercare piccole webzines come Trouble per insultare una stupida ragazza che butta giù due pensieri sul suo sbiadito ma vivo passato. Fossi veramente punk... Non so cosa dire. Fossi veramente punk, non perderesti tempo dietro a criticare chi con la tua musica "ci ha giocato": non te ne fregherebbe un cazzo, lo manderesti affanculo e basta.
Dunque è ancora il caso di macinare discorsi inutili e strazianti sul fatto che il pop punk sia musica per perdenti o fighetti, che ha corroso la vera identità di qualcosa di sacro? Tutto si evolve seguendo il corso naturale che un ciclo comporta; se "nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma", quale sarebbe il problema? Non l'ho inventata io questa frase.
Semplicemente essere quello che sono, ecco cosa voglio. Ed è quello che avrei dovuto capire anche a 15 anni, sebbene mi trovassi nella dura età della stupidera, nel difficile periodo in cui sentirsi accettati è davvero tutto. Ma ora sono libera di ascoltare quello che voglio, sono felice che un determinato tipo di musica abbia accompagnato gran parte della mia vita.
Esperienze belle o meno, io le posso trovare nella musica che ascolto; se una canzone mi trasmette forza, se in un brano io mi ci riconosco, perchè devo sentirmi in colpa o presa per il culo nell'ascoltarla? La mia vita è questa: speranze disilluse, amori finiti male o neanche mai iniziati, amicizie tutt'oggi importanti o finite nel cesso, convinzioni sfatate. E credetemi, avrei una canzone per ogni momento della giornata, per ogni scatto delle mie azioni, per ogni pensiero che concepisco.
Sono fiera di scrivere questo breve articolo ascoltando l'ultimo dei Blink 182, e sono fiera di averlo intitolato come un pezzo dei New Found Glory.
Perchè io sono così. Io sono una ragazza di 20 anni con la passione per le lingue e per il pop-punk. La domanda che mi pongo più spesso, ancora più frequentemente della solita "Il punk è stato annacquato dal pop?", è "Ma c'è veramente qualcosa da annacquare?"




