100 dischi ideali per capire il punk di Stefano Gilardino
A cura di Stevo, Mercoledi, 13 settembre 2006
Raccontare la storia della musica punk non è certo un compito facile. C’è chi ha provato a farlo sottoforma di romanzo, come gli italiani Philopat, Bernelli e Cannella, chi si è concentrato sugli aspetti di costume e sulle implicazioni sociologiche che questo movimento ha avuto su migliaia di giovani negli ultimi trent’anni e chi, infine, ha preferito parlare dei dischi che ne hanno segnato la nascita, l’apice e l’evoluzione. Tra i volumi in questione, il migliore è senza dubbio “100 dischi ideali per capire il punk” di Stefano Gilardino ( Editori Riuniti, 365 pagine, 22 euro ). Prima di affrontare il lato qualitativo dell’opera compilata dal redattore di Rockosund, occorre però fare un piccolo appunto sulla quantità di dischi presi in esame. Diversamente da quanto scritto nel titolo, infatti, gli album punk recensiti sono ben 400, visto che a margine di ognuno dei 100 essenziali, se ne consigliano altri tre di gruppi simili o affini. Una sorta di “se ti è piaciuto questo, prova a sentire anche quest’altro...”, in modo da avere una panoramica più ampia e completa dell’argomento trattato. (Non so se sono riuscito a mantenere una sintassi corretta, ma credo di essere stato abbastanza chiaro).
Detto questo passiamo al contenuto vero e proprio. “100 dischi ideali per capire il punk” è decisamente l'opera più completa in materia mai uscita in Italia. Il libro che tutti i malati di musica punk e hc aspettavano da anni: una sorta di utilissima e nobilissima "lista della spesa" in cui poter trovare consigli e incoraggiamenti per ampliare la propria collezione di dischi e un documento fondamentale per tentare di ricostruire la storia dell’ultima grande rivoluzione rock del ‘900. Insomma, una manuale definitivo e completo in cui dare sfogo a tutta la propria curiosità, prendendo in esame un arco di tempo compreso tra il 1975 ( anche se in alcuni casi appare qualche data precedente ) e il 2001.
Oltre all’aspetto “compilativo”, il libro è anche una piacevolissima lettura, ricca di aneddoti e informazioni sui gruppi presi in esame e sulla nascita di vari dischi analizzati, potendo contare sulla grande passione e competenza dei giornalisti e collaboratori coinvolti. Insieme alle schede del buon Gilardino, infatti, curatore dell’opera e mente dell’intera operazione, le pagine del libro sono costellate da interventi e contributi da parte di Stefania V. De Lorenzi ( Rocksound ), Matteo Donda, Cristina Gauri ( Miss Violetta Beauregarde ), Luca Mattioli ( il Metius degli STP ), Fabrizio Gilardino ( fratello di Stefano ) Andrea “Teskio” Paoli ( direttore di Groove ), Massimo Scocca ( Speciale Punk ), Mauro Zola e Mox Cristadoro ( Crash Box/ Rock Fm ) autore di un’interessante prefazione. Una squadra d’eccezione e di altissimo livello, che ha contribuito a rendere il libro un vero e proprio classico.
Non voglio annoiarvi raccontando i fatti mie, ma visto che ci sono vorrei ricordare come “100 dischi ideali...” si sia rivelato davvero essenziale durante la mia vacanza a Berlino dell'estate scorsa. Mentre giravo per i negozietti di dischi di Kreuzberg, grazie ai buoni consigli di Gila e company, mi sono destreggiato alla grande tra valanghe di cd e vinili a prezzi da competizione, riuscendo a fare ottimi acquisti un po’ ovunque. Non parliamo poi delle fiere dell’usato e delle aste su ebay.
Ma il bello di questo volume, oltre alla lunga lista di titoli e gruppi, è anche lo spazio dedicato alle band e agli album più sotterranei e sconosciuti. Gli altri 300 dischi che fanno da corollario ai 100 ideali, per intenderci, che riportano alla luce i nomi ingiustamente dimenticati di JFA, Avengers, Conflict, The Kids, The Hanson Brothers, Ultravox!, Necros, Dicks, Boys, Ruts, Red Kross, D.I, Pansy Division... Una lista infinta di gioielli underground, che rendono ancora più interessante la lettura di quest’ottimo volume, tributando il giusto merito a decine di band che, che nel più assoluto silenzio hanno contribuito a scrivere la storia del punk. Una lezione di passione e giornalismo davvero rara di questi tempi.
Che altro aspettate... correte in libreria!
Qui sotto, a margine della recensione, trovate anche una mia piccola intervista al curatore del libro Stefano Giardino.
D: Come e quando è nata l'idea di questo libro?
SG: L'idea è nata alla fine del 2004, quando Editori Riuniti, tramite Ezio Guaitamacchi, il curatore della collana, mi ha proposto di occuparmi del volume dedicato al punk. Ne esistono di un sacco di altri generi: rock, metal, world music, reggae, blues ecc. A quel punto ho cominciato a organizzarmi per la prima stesura e a buttare giù una prima lista di dischi da inserire.
D: Come hai scelto le persone che hanno collaborato a "100 dischi ideali per capire il punk"? Ho visto che tra loro che ci sono molti tuoi colleghi di Rocksound.
SG: Beh, la decisione è stata abbastanza semplice. Alcuni dei collaboratori lavorano con me a Rock Sound e allo Speciale Punk ( Andrea Teskio Paoli, Stefania De Lorenzi ), altri nella redazione di fianco alla mia e sono comunque dei grandi esperti ( Luca Mattioli, ovvero Il Metius degli S.T.P. ), altri ancora sono amici, collezionisti o appassionati che ho voluto coinvolgere nell'opera come Mauro Zola ( con cui lavorai a Dynamo e Vida anni fa ), Matteo Donda, mio fratello Fabrizio, Massimo Scocca ( anche lui collaboratore dello Speciale e musicista nei Two Bo's Maniacs ), Cristina Gauri, ovvero Miss Violetta Beauregarde ( collaboratrice dello Speciale e musicista ). Al tutto, aggiungi la prefazione di Moxxx, storico batterista dei Crash Box e caro amico e siamo a posto direi...
D: Quale criterio hai seguito per scegliere i 100 dischi fondamentali e gli altri 300, che compaiono sul volume?
SG: Anche per gentile richiesta del curatore della collana, ho dovuto fare un mix tra gusti e giudizi personali e scelte oggettive. Ho messo per quanto possibile dischi che amo veramente, ma ho dovuto tenere conto di ogni evoluzione del punk, anche quelle a me meno care tipo Blink 182, Green Day o Offspring. In linea di massima, però, sono soddisfatto del risultato finale, anche se io prediligo cose più sotterranee. In quello mi sono stati d'aiuto i 300 dischi aggiuntivi, in cui trovano spazio anche nomi davvero minoiri e dimenticati dal tempo, oppure chicche che meriterebbero una maggiore esposizione. Nomi come Pekinska Patka, Avengers, Crime, Victims e decine d'altri che per me, ma è un'opinione personale, hanno davvero fatto la storia del punk. È un punto di vista un po' estremo forse, ma molto sentito...
D: Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta per te oggi il punk?
SG: Ha rappresentato la colonna sonora di quasi tutta la mia vita, dai 10 anni in avanti e la rappresenta tuttora. Oltre al fatto che mi è servito come stile di vita in ogni campo: troppo spesso il punk è associato solo alla musica, mentre invece ha avuto fortissime ripercussioni in ogni campo artistico e sociale. Dal giornalismo ( fanzine, libri ), alla grafica/pittura ( Jamie Reid, Pushead, Raymond Pettibon, decine di altri... ), dal cinema ( Don Letts, Lech Kowalski, Julian Temple ), alla fotografia ( Cynthia Connolly, Glen E. Friedman, Ed Colver ). Del punk e dell'hardcore mi interessa soprattutto l'attitudine, il modo di rapportarsi al mondo circostante, il fatto di pensare con la propria testa, di avere delle idee e di esprimerle liberamente anche se vanno in contrasto con il pensar comune. È uno stile di vita che per me ha lo stesso valore nel 2006, sebbene il punk sia diventato un genere come tanti altri, con cose interessanti e altre meno. Ovvio che io, però, sia legato alle band della mia giovinezza, dei miei 15 o 20 anni...
D: Come sei entrato in contatto con questo movimento?
SG: Come molti della mia generazione ( in verità io ero proprio piccolo... ), ho conosciuto il punk grazie ai servizi di "Odeon" e "L'altra Domenica" sulla RAI. Sono stati la prima esposizione al punk e da quel momento non mi sono più fermato. Io e mio fratello, folgorati da quella musica, abbiamo cominciato a collezionare dischi, mania che ancora oggi non mi ha abbandonato. Da lì all'hardcore il passo è stato breve: fanzine, riviste, amici, conoscenze, il Virus a Milano, i primi concerti...
D: Oggi sei uno dei più autorevoli giornalisti musicali in circolazione. Come hai iniziato questa professione?
SG: Grazie per "uno dei più autorevoli", mi imbarazza un po', ma se lo dici tu... Ho iniziato scrivendo una fanzine, "Senza nome", che facevo a casa mia a Biella, scrivendo lettere in giro per il mondo e tenendo contatti un po' con tutta la scena. Tre numeri fotocopiati in tutto, quel che basta a farmi venir voglia di scrivere. Il resto è stato una piacevole coincidenza: ho iniziato scrivendo per Dynamo, poi con Vida, poi con Rock Sound, lo Speciale Punk, Rolling Stone, Blow Up. Per ora
basta così, anche se mi piacerebbe fare ancora un paio di libri sullo stesso stile del primo: uno dedicato al post punk/new wave ( Gang Of Four, Pop Group, Joy Division... ) e uno al punk minore o killed by death, segnalando magari cento dischi oscuri da avere a tutti i costi. Ma dubito che qualcuno abbia la minima intenzione di farmeli fare, visto che venderebbero dieci copie l'uno...




