Art Brut
Intervista a cura di Stefano Bartolotta
E’ inutile che io mi nasconda: da quando Eddie Argos è apparso sulle scene, non ho più amato altri frontmen come amo lui. E’ stato quindi un grandissimo onore per me intervistarlo, grazie all’aiuto determinante del collega Giorgio Gregato di Troublezine, che si è anche fermato con me ed Eddie, ed alcune di queste domande sono sue. Eddie si è rivelato una persona simpatica e mai banale, così come già traspare dai dischi, e la chiacchierata, quindi, è risultata molto piacevole.
Cinque anni fa avete detto al mondo di aver formato una band. Ripensando a quel primo periodo della vostra carriera, ritieni che il successo e la credibilità che avete ottenuto siano sorprendenti, oppure che non li si debba ritenere così inaspettati?
E’ stata una sorpresa, noi eravamo solo persone appassionate nel fare musica, ma io non so davvero cantare ed in generale ci siamo sempre posti come un gruppo punk, quindi non ci aspettavamo il successo. Certo, non si può dire che non ci fidassimo delle nostre qualità, ma arrivare dove siamo arrivati è stato sorprendente. Addirittura abbiamo lavorato con Frank Black per quest’ultimo disco, non potevamo certo immaginarcelo all’inizio…
Ho letto sul vostro sito che per voi è stato facilissimo contattarlo, che avete pensato a lui e vi ha detto subito di sì.
Sì, davvero, è stato proprio così, di una facilità, appunto, sorprendente.Sei fan dei Pixies?
Beh, come si fa a non essere fan dei Pixies? Non riesco nemmeno ad immaginarmi qualcuno che possa dire di non essere loro fan. Io li adoro, e lo stesso vale per i Catholics, l’altro gruppo che ha avuto Frank Black. Lui è fantastico, si può davvero dire ogni bene su di lui come persona, e poi è un ottimo produttore, ci abbiamo messo solo dieci giorni a fare il disco ed io avrei voluto metterci di più solo per passare più tempo con lui. Credo che la prossima volta registreremo almeno 5 album tutti insieme, e poi li pubblicheremo uno alla volta, oppure il prossimo disco degli Art Brut conterrà 50 canzoni e si intitolerà ‘Art Brut vs. Satan, round two’.
La mia impressione ascoltando il vostro ultimo disco, è che il suono sia rimasto più o meno lo stesso, mentre il songwriting è un po’più strutturato ed articolato rispetto al passato.
Non ci è mai interessato cambiare il nostro sound, quello che vogliamo è continuare a fare ciò che abbiamo sempre fatto, ogni volta in modo migliore rispetto alla precedente, e spero che ci stiamo effettivamente riuscendo. Quando abbiamo fatto il nostro primo disco, non ci rendevamo pienamente conto di ciò che dovevamo fare, ci sentivamo un po’persi, e più o meno lo stesso è successo per il secondo album, ma ora sappiamo perfettamente come si fa.
Mi sembra che rispetto al passato poi ci sia un utilizzo di cori molto maggiore, quindi gli altri musicisti sono molto più coinvolti nel canto.
Sì, ed è stata una cosa assolutamente spontanea, abbiamo iniziato a pensare a questa sorta di dialoghi tra me e gli altri e ogni volta ci rendevamo conto che era una buona idea, così man mano abbiamo utilizzata sempre di più. Per me è molto divertente, e poi mi piacciono i grandi cori.
Sui credits dei dischi leggiamo “all songs by Art Brut”, ma immagino che questo riguardi solo la parte musicale, perché i testi sono senz’altro tutti tuoi.
Sì, anche perché io non so suonare assolutamente nessuno strumento, quindi l’unico contributo che posso dare in fase di composizione è scrivere i testi.
Quindi sono gli altri quattro che scrivono la musica. E lo fanno prima o dopo che tu abbia scritto il testo?
Ogni volta è diverso, non sono sempre i testi a venire prima della musica o viceversa. Io adoro scrivere testi, quindi alcune volte ne ho già pronti, altre volte invece li scrivo basandomi su una parte musicale già fatta dagli altri, o può anche succedere che mentre loro compongono la musica io scriva il testo simultaneamente. Per esempio, per ‘Good Weekend’, io avevo già le parole in testa, stavo camminando in giro per lo studio e mi sono messo a canticchiarle a caso, e gli altri mi hanno detto “fermo lì, aspetta un attimo…” ed è nata la canzone.
Se potessi scegliere un verso simbolo di questo nuovo disco, come potrebbe essere per il primo ‘popular culture no longer applies to me’ o per il secondo ‘a record collection reduced to a mixtape’, cosa sceglieresti?
Non saprei, sceglierne uno solo è davvero molto difficile…
Il mio è ‘I fought the floor and the floor won’.
Bellissimo, sì, è anche la mia scelta!
Trovo che anche il ritornello di ‘DC Comics And Chocolate Milkshake’ rappresenti molto bene diversi altri testi del disco, perché almeno metà delle canzoni raccontano di un Eddie Argos come di una persona che ormai è piuttosto lontano dall’adolescenza, ma che non riesce a cambiare certi suoi comportamenti e punti di vista sulla vita, e soprattutto non pare aver interesse nel farlo.
Esatto, io sono proprio una persona così, non ho imparato niente dai 19 anni in poi e sono rimasto quindi la stessa persona. Io comunque ho l’impressione che in giro ci siano molte più persone come me rispetto a quanto queste stesse persone lo diano a vedere, nel senso che molti trentenni mi danno più l’impressione di recitare la parte di quello che è cambiato, piuttosto che di essere cambiati davvero. A me piace ancora leggere i fumetti e non voglio che sia un segreto, ma tante altre persone della mia età lo nascondono.
Cosa mi dici, invece, del diverso punto di vista, rispetto al primo disco, che mostri riguardo a cosa la gente pensa della vostra musica? Lì dicevi “haven’t read the NME in so long, don’t care what genre we belong”, mentre ora ammetti che “how am I supposed to sleep at night, when nobody likes the music we write?”.
Essere in una band ti rende sempre più competitivo. Allora io ci ho tenuto a specificare bene il mio punto di vista sull’NME e su chi lo legge, ma ora voglio che la gente apprezzi quello che facciamo. Anche se in realtà ancora adesso non mi interessa a che genere apparteniamo, quindi è difficile dire cosa sia davvero cambiato, se non pensare che, appunto, per più tempo fai parte di una band e più si sviluppa il tuo spirito competitivo.
Ricordo che quando hai saputo che i tuoi testi sono stati oggetto di una lezione all’Università di Berlino, hai pensato che stessero sopravvalutando il tuo lavoro. Ora ti rendi conto di più del valore di quello che scrivi?
In realtà io cerco di far assomigliare il più possibile i miei testi ad una conversazione, quindi continua a sembrarmi strano che abbiano voluto fare una lezione su ciò che in realtà vorrebbe essere il più discorsivo possibile, e quindi nulla di letterario. Sono ancora curioso di sapere cos’hanno detto, sarebbe bello avere una registrazione di quella lezione, prima o poi.
Ti sorprenderebbe di più sapere di un’altra lezione universitaria sui tuoi testi, o arrivare al numero 1 in classifica con un vostro singolo?
Mi sorprenderebbero entrambe le cose allo stesso modo.
Parlando invece dei vostri concerti, una delle componenti più importanti per la loro riuscita è il rapporto speciale che si crea tra te ed il pubblico. Come descriveresti, dal tuo punto di vista, l’importanza di questo rapporto?
Fondamentalmente, la gente che apprezza gli Art Brut è gente cool. Mi piace parlare con loro e che mi chiedano di quello che scrivo, mi è piaciuto trovare un sacco di gente che mi ha detto che anche a loro piacciono i fumetti della DC, e mi piace anche quando mi chiedono come sta Emily Kane, adesso non canto più il pezzo in cui dico che non la vedo da dieci anni, perché sarebbe una bugia, l’ultima volta ci siamo visti sei mesi fa. Io non voglio cambiare il mondo con i miei testi, ma sono contento quando la gente mi mostra di essere così interessata a quello che scrivo e secondo me questo succede, perché, ripeto, chi apprezza gli Art Brut è una persona cool.
Sono sempre stato curioso dei due concerti che avete fatto tempo fa a Londra, uno con una sezione archi e l’altro con una sezione fiati. Come sono andati?
E’ stato divertente suonare con gli archi, ma con i fiati è stato assolutamente fantastico. Mi sono sentito davvero potente a cantare con il suono dei fiati che prorompeva alle mie spalle, e lo vorrò senz’altro rifare. Non credo che rifaremo il concerto anche con gli archi, anche se, ripeto, è stato divertente, ma ce ne saranno altri con i fiati perché ho davvero adorato quello che abbiamo fatto quella sera. Sarebbe bello fare un vero e proprio tour in Europa con i fiati.
Voi, in particolare tu, non avete mai nascosto la vostra ammirazione per i gloriosi anni del britpop. Cos’è rimasto di quegli anni nella musica odierna, a tuo parere?
Per quanto riguarda noi, oggi come oggi il gruppo britpop che preferiamo sono i Supergrass, li ascoltiamo tantissimo mentre siamo in tour bus, e ogni tanto anche prima di suonare. Senz’altro sono una delle nostre influenze, insieme ad altri gruppi di quel periodo, per esempio il nostro chitarrista Jasper assomiglia fisicamente a Crispian Mills dei Kula Shaker… Per quanto riguarda altri gruppi, ce ne sono molti che testimoniano come il britpop sia ancora molto apprezzato anche oggi, dai Rakes, agli Wombats, ai Kaiser Chiefs. Io, comunque, ho anche gruppi più classicamente americani tra i miei preferiti, come Jeffrey Lewis, o i Mountain Goats, e recentemente mi sto appassionando alla musica folk.
Penso che qualunque ascoltatore appassionato di musica si imbatta nel folk, prima o poi.
Sì, tra un po’non mi considererò nemmeno più un appassionato di musica punk, ma mi piacerà solo il folk…
(in collaborazione con indie-rock.it)
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