Sick Tamburo
A cura di George, Martedi, 3 novembre 2009
Intervista a cura di Silvia Ghisi
Vedo che sui social network avete parecchio seguito nonostante i Sick Tamburo siano un progetto nuovo. Molta gente si sta affezionando a voi e alla vostra musica. Ve lo aspettavate o pensavate che formando un altro gruppo (diverso dai prozac+) e con un uso maggiore dell’elettronica avreste incontrato delle critiche, come spesso accade?
Elisabetta: All’inizio sì un po’ temevamo di ricevere critiche, anche se in realtà non abbiamo cambiato genere. Sick tamburo è un progetto parallelo e non una sostituzione dei prozac +, che esistono ancora. Il gruppo è nato per una nostra volontà di provare a fare qualcosa di nuovo, qualcosa d’altro assieme. Anche per questo l’idea dei passamontagna: non volevamo puntare troppo sul fatto di appartenere ai prozac+, e anche per vincere la mia timidezza a cantare sul palco.
Gian Maria: lnizialmente siamo partiti mascherati per questo motivo, per non farci riconoscere subito come i 2/3 dei prozac+, perché magari la gente poteva erroneamente pensare che non esistessero più. E così ci siamo dati anche degli pseudonimi (Elisabetta: Boom girl, Gian Maria: Mr man, Carlo il batterista: Doc Eye , Giulio il bassista: String Face) ma poi alla fine abbiamo detto “chissenefrega” ci riconoscono ugualmente e così abbiamo mantenuto i volti coperti perché ci piaceva esteticamente.
Ho letto che tu Elisabetta hai chiesto a Gian Maria di farti cantare.
Elisabetta: Sì, esattamente. Volevo provare a cantare perchè di solito parlo poco. Volevo mettermi un po’ alla prova e allora mi sono rivolta a lui. Così sono nati i Sick Tamburo.
E in quanto tempo sono nati i Sick Tamburo, le canzoni e l’album?
Gian Maria: I Sick Tamburo sono un progetto veramente nuovo, è nato tutto in poco tempo: da quando io ho messo in piedi dei pezzi che ci hanno convinti, cioè nel giro di pochi mesi. L’ufficializzazione del gruppo però c’è stata con l’uscita dell’album, ad aprile di quest’anno.
Mi interessa il lato di compositore sia dei testi che della musica. Quando scrivi, cosa ti ispira? Soprattutto mi incuriosisce molto il fatto che tu scriva, e anche in passato, canzoni che sono cantate da donne e che parlano di donne (ad esempio: Forse è l’amore, Prima che muoia ancora, Dimentica…). Come ti trovi?
Gian Maria: Non so come mai ma lo è sempre stato. Secondo me quando si scrive, al di là che lo si faccia bene o male, e quando si crea, sono momenti in cui cadono tutte le barriere. Non esiste più l’essere uomo o donna ma c’è una sorta di neutralità e credo che la mia sia molto vicina, evidentemente, al genere femminile. Mi è sempre venuto facile scrivere con questo stile senza farlo appositamente, senza cioè pensare al fatto che fosse una donna a cantare. Quando crei ti sciogli, vai oltre, è un momento in cui sei veramente uomo, nel senso di essere umano, in cui lasci alle spalle la cultura, quello che sei. Viene fuori ciò che si ha dentro, il nostro inconscio, che è sia maschile che femminile.
Il pezzo che apre l’album “Sick Tamburo”, come il nome dell’album e del gruppo, è un delay ipnotico, come mai? E perché anche l’ultimo pezzo “Orubmat Kcis” ne é la ripetizione al contrario?
Gian Maria: Il delay è spiegato dal fatto che il nostro punto di forza era l’idea della litania, della preghiera. Lo abbiamo capito e per questo volevamo fare di “Sick Tamburo” un mantra. Questa era l’idea artistica che avevamo del progetto, e l’abbiamo utilizzata anche in altri pezzi perché la ripetitività e l’ossessività rappresentano un punto fondamentale del nostro scrivere.
Ho, notato la presenza dei bambini: nella cover del disco, nel primo video che avete fatto “Il mio cane con tre zampe” il protagonista è un bambino simpaticissimo e, non da ultimo, anche i testi e il ritmo ricordano un po’ le filastrocche che si cantavano nell’infanzia. È stata una scelta intenzionale?
Gian Maria: Non so se sia un caso, una serie di coincidenze o meno. Devo dire la verità, quel bambino che c’è in copertina, sono fiero di dirlo, è mio nipote Pablo, la persona più bella del mondo, e mi si apre il cuore ogni volta che lo vedo. L’idea del bambino nel video invece è stata del regista, quindi è stato un insieme di fattori e di cose: sono coincidenze ma forse non totalmente casuali.
Come ti trovi Elisabetta, venendo dall’esperienza di bassista, a cantare sul palco dato che sentivi la necessità di metterti alla prova? Ti piace e continueremo a sentire la tua voce?
Elisabetta: Sì, come dicevo, era una mia esigenza personale, all’inizio ero un po’ più spaventata, ma alla fine, nei concerti non è poi così diverso stare sul palco. Non cambia molto, anche se in fondo mi piace sia cantare che suonare il basso. Come hai potuto vedere stasera ci siamo scambiati nella canzone (“E so che sai che un giorno”) e, seppur per poco tempo, sono ritornata nel mio ruolo di bassista…
La vostra etichetta “La Tempesta dischi” è indipendente nonostante vi siano arrivate proposte anche da major. Il disco ha un prezzo molto accessibile così come l’ingresso ai concerti. Mi potete spiegare queste scelte?
Gian Maria: Non è una scelta, è che quando hai un progetto che vuole essere alternativo è giusto fare così, non è che lo decidi, né siamo migliori degli altri. Credo che sia quasi naturale: tu proponi delle cose che sono molto belle e sei un’alternativa a quello che esiste in maniera canonica, devi fare qualcosa di diverso, quindi proporsi a prezzi accessibili è l’idea principale di chi è “alternativo”, per coerenza.
Il messaggio che passa in TV è che con programmi come X Factor, Amici…è che i giovani musicisti e artisti possano facilmente diventare famosi, vendere molti dischi in poco tempo anche con poco esperienza. Tutto questo grazie al potente mezzo della televisione. È veramente così facile diventare famosi, dato che è dagli anni 90 che siete nel settore?
Gian Maria: Quelli che passano in tv sono sì programmi e format divertenti ma rappresentano, dal punto di vista musicale, la “solita roba” italiana, che a me purtroppo non piace. E non è colpa dei ragazzi che vanno a suonare in questi format con la speranza di diventare famosi, ma piuttosto della cultura musicale italiana. Se partecipi a programmi televisivi è facile abituare la gente alla tua presenza (grazie a una sovraesposizione mediatica) e a ciò che fai, non è detto però che le cose durino nel tempo. Sicuro è che i gruppi indipendenti non hanno questa possibilità e, probabilmente, se invece riuscissero a passare in tv o in radio per tre mesi, anche gli italiani comincerebbero ad apprezzare altro.
Parliamo di futuro: il “progetto parallelo” Sick Tamburo continuerà, altri album in vista?
Elisabetta: Sì, certo proseguiamo. Gian Maria è già pieno di idee e spesso mi chiama per provare pezzi nuovi, che magari saranno nel prossimo album.




