Dust


A cura di ap1976parma, Domenica, 1 aprile 2012


A distanza di quasi tre anni da 'Tuesday Evenings', il loro debutto autoprodotto, i Dust ritornano con un nuovo EP, 'Kind', ed un sound dal profumo internazionale. Noi di troublezine.it abbiamo intervistato il frontman Andrea D'Addato e il batterista Muddy Brambilla via e-mail per farci raccontare cosa è cambiato in questi ultimi anni e quali sono i loro progetti per il futuro.

- Come prima cosa potreste raccontare ai nostri lettori quando sono nati i Dust e gli episodi principali della vostra carriera fino ad oggi?

 Andrea: Come moltissimi progetti musicali i Dust sono nati fra i banchi del liceo nel 2005 circa. Va però detto che il gruppo ha attraversato svariati cambi di line up e, soprattutto, una sorta di odissea dei chitarristi solisti che ci ha portati a trovare la formazione definitiva solamente nel 2009, con l’ingresso di Jimbo. Per questo la nostra storia parte a tutti gli effetti da quell’anno, in cui abbiamo anche registrato il nostro primo lavoro autoprodotto, “Tuesday evenings”. Nel frattempo si è anche delineato meglio il progetto musicale, inizialmente più improntato su un rock-blues di stampo anni ’70 e ora decisamente più avvezzo ad una scrittura pop e più predisposto ad inglobare influenze su cui prima ci eravamo concentrati meno, come l’alt-country o la new-wave. Per quanto riguarda gli episodi significativi, ce ne sono stati moltissimi ma personalmente ricordo con grande piacere un live di tre ore al Paso di Bellinzona e i “ritiri spirituali” che periodicamente facciamo nella dimora montanara di Jimbo per arrangiare canzoni in tranquillità.

 - Sono passati tre anni dall’uscita di ‘Tuesday Evenings’: cosa è successo all’interno della vostra band in questo lasso di tempo? Come e quanto siete cresciuti in questo periodo?

 Muddy: “Tuesday Evenings” è stato per noi il vero punto di partenza, l’episodio 0 da cui partire per costruire un’identità, infatti è pieno di tutte le influenze accumulate negli anni, dal rock al blues, dal pop ai suoni più scuri da new wave o da Bad Seeds. Nei seguenti tre anni ci siamo impegnati a cercare la nostra strada, un suono che ci caratterizzasse di più e che non ci facesse sentire una “cover” band, per arrivare a una personalità che ci distinguesse almeno dai nostri ascolti. Sono proprio gli ascolti fatti in questi anni che ci hanno portato a “Kind”, sperimentando nuovi suoni, nuove composizioni, andando a un sacco di concerti di gente affermata, ma anche di gruppi emergenti, incontrando quindi molti musicisti che ci hanno anche involontariamente aiutato a crescere. Indubbiamente anche un’attività live intensa ci ha aiutato in questo senso, abbiamo passato molto più tempo in sala prove, soffermandoci su ogni virgola di ogni pezzo che nasceva dopo le registrazioni del già citato “Tuesday Evenings”. Forse questa è stata la svolta, aumentare le prove e gli ascolti, affrontando magari anche dinamiche diverse come quelle acustiche. Speriamo che questo periodo di crescita sia solamente l’inizio della nostra storia. 

- Quali nuove idee e fonti d’ispirazione avete trovato durante la registrazione del vostro recente EP ‘Kind’? Finalmente avete avuto la possibilità di entrare in uno studio di registrazione con tecnici e produttori a vostra disposizione: che sensazioni avete provato? Vi ha aiutato a migliorare sotto il profilo tecnico?

 Andrea: L’esperienza al Mono Studio è stata fondamentale e ha influito moltissimo sul nostro modo di lavorare sulle canzoni. La vicinanza con Matteo Cantaluppi e Matteo Sandri ci ha portato ad arrangiare i pezzi in maniera maggiormente metodica, senza snaturare il progetto musicale o privarlo di spontaneità, semplicemente tentando di calibrare gli interventi di ogni strumento con intelligenza e gusto, in modo tale di mettersi totalmente a disposizione della canzone. Ora, pur nella consapevolezza che la strada da fare è ancora molto lunga, siamo molto più sicuri di quello che vogliamo ottenere durante la fase di costruzione dei brani e meno timorosi di provare svariate soluzioni prima di scegliere la migliore.

 - Per la realizzazione di questo EP avete collaborato con nomi importanti come Matteo Cantaluppi, Matteo Sandri e Paolo Alberta: quanto vi è servito per sviluppare il vostro sound, gli arrangiamenti, la visione del suono? E’ stata una collaborazione utile per creare nuovi spunti artistici e scoprire nuovi paesaggi musicali?

 Muddy: La prima cosa che abbiamo pensato quando avevamo l’intenzione di registrare Kind, era di affidarci a un produttore, insomma metterci nelle mani di un professionista, un po’ per sfida, un po’ per il discorso che facevamo prima riguardo alla crescita. Ovviamente Matteo (Cantaluppi) non ha deluso le aspettative, anzi, ci ha aiutato in questo senso: è venuto più volte alle prove per lavorare sugli arrangiamenti dei brani, a partire dalla sezione ritmica fino ad arrivare agli “abbellimenti” delle canzoni. La cosa che più ci ha soddisfatti è il fatto che non abbia influito sulla nostra natura o sulla composizione dei pezzi, in quello ci ha lasciato carta bianca. Quando lavori con persone esperte e preparate si vede e si sente, hanno dato un vestito migliore al disco, facendoci aprire gli occhi su suoni e paesaggi sonori, come dici tu, fino ad allora molto lontani per noi. Poi ci sono il Mono Studio e Matteo Sandri che con la loro esperienza non hanno fatto altro che aumentare la qualità del lavoro. Per quanto riguarda Paolo invece la storia è stata un po’ differente, appena terminate le registrazioni, Matteo (Cantaluppi) ha avuto l’idea di contattarlo e fargli missare due brani: lui si è dimostrato subito disponibile, ma per noi era una cosa un po’ “alla cieca” perché sapevamo che non avremmo potuto incontrarlo e discutere con lui dei mix, ma quando ce li ha rimandati, ci siamo accorti del lavoro egregio che aveva fatto, a tal punto da non fargli quasi più modificare niente.

- Come vi sentite ora che siete sotto contratto con la Tomobiki? Quale significato ha avuto per voi? L’avete ritenuto un passo in avanti, una motivazione per cercare di migliorare ulteriormente?

 Muddy: Innanzitutto ci tengo a dire che la ricerca è stata estenuante, abbiamo compilato un file con centinaia di etichette alle quali mandare il disco e sperare in una risposta. Poi, proprio mentre stavamo per deciderci sulla totale autoproduzione, Stefano Clessi e i ragazzi della Tomobiki ci hanno risposto dicendoci che erano interessati a “Kind”, una manna dal cielo. Per noi ha significato molto la firma del contratto con loro, abbiamo capito che il progetto ci avrebbe guadagnato in visibilità e serietà, cose che fino ad allora ci sembravano un po’ lontane. E’ stato sicuramente un passo in avanti che ha infuso fiducia in noi stessi e che ci sta spingendo a fare meglio per il disco che speriamo sia pronto nel 2013. Purtroppo oggi non è così facile trovare un’etichetta e tanto meno lo è farsi accettare dal grande pubblico quando canti in inglese, ma la Tomobiki ed Ercole (Gentile) di Alcor Press ci hanno dato questa importante opportunità, per la quale li ringrazieremo a vita.

- In ‘Kind’ si possono trovare influenze di band importanti come Wilco, R.E.M., The National, Pearl Jam. Nel vostro sound si può respirare un profumo internazionale: pensate che vi potrà servire per esportare il vostro prodotto in un futuro non troppo lontano?

 Andrea: In effetti sarebbe una grande cosa se le nostre canzoni venissero apprezzate anche all’estero, soprattutto in Inghilterra e in America che, in un certo senso, sono un po’ le nostre madri musicali, dato che i Dust sono a tutti gli effetti una band pop-rock. Ci piacerebbe comunque prima riuscire ad affermarci pian piano nel nostro paese, anche se l’impresa è piuttosto ardua perché ciò che rimane del mercato musicale italiano è ormai appannaggio dei reality show e delle TV “musicali”. Fortunatamente esiste anche una scena indipendente che offre diverse realtà interessanti con un discreto seguito e che ci fa sperare che forse è possibile ottenere un po’di gratificazione anche in Italia senza dover necessariamente venire prodotti da Simona Ventura..

 - Nel processo creativo all’interno dei Dust chi è che scrive i testi e chi le musiche? E cosa viene prima solitamente? Quali sono i temi principali nei testi delle vostre canzoni?

 Andrea: Direi che la spartizione dei ruoli in questo senso non è così rigorosa, per lo meno per quanto riguarda le musiche, dato che in “Kind” ci sono canzoni scritte da me, da Tom e da Jimbo. Per quanto riguarda i testi, quelli di “Kind” sono tutti miei. Difficile però affermare che si tratti di un concept, piuttosto si potrebbe individuare un filo conduttore che riguarda la tematica del rapporto tra l’individualità e il mondo esterno, discorso che abbiamo anche provato a rappresentare con la “stanza all’aperto” della copertina dell’EP. I nostri testi spesso non hanno una costruzione consequenziale; ci piace raccontare per immagini che possano evocare l’atmosfera della canzone piuttosto che affidarci ad una narrazione compiuta, in modo tale da lasciare sempre una porta aperta, un senso di dubbio. Un grande lavoro viene fatto poi sulla musicalità delle parole. Come dicevo, la presa melodica delle canzoni è molto pop quindi è fondamentale che anche le parole suonino bene.

- Come mai avete deciso di cantare in lingua inglese? E’ stata una vostra scelta o è qualcosa che è uscito naturalmente?

 Andrea: Direi che è stata una scelta più spontanea che ponderata, dettata dal fatto che abbiamo sempre ascoltato prevalentemente musica anglofona e che dunque abbiamo assimilato l’inglese come lingua musicale per eccellenza.

- Purtroppo non vi ho mai visto dal vivo (ovviamente spero di poter assistere molto presto a un vostro concerto), ma ho sentito parecchi commenti positivi riguardo ai vostri live: potete dirci le caratteristiche principali dei Dust quando sono su un palco?

 Andrea: Diciamo che forse il live è la situazione che diverte di più in assoluto. Prima di essere una band di studio i Dust sono assolutamente una live band e questo è riscontrabile nella diversità di interpretazioni dei brani tra un concerto e l’altro. Ci piace inoltre sperimentare diversi arrangiamenti, in chiave elettrica o acustica, per le nostre canzoni, in modo da rendere sempre accattivante l’esibizione.

Muddy: A mio parere quello che caratterizza i live dei Dust è la spontaneità. Siamo molto affiatati nella vita e la cosa si rispecchia sui palchi vari, suoniamo assieme da anni e le dinamiche, gli stacchi o i cambi di tempo ci sono sempre venuti naturali, senza però tentare di essere perfetti stile disco a ogni costo, alla fine credo che il live di una rock band debba essere così, energico e istantaneo, mai uguale alla sera prima e sempre in continua evoluzione. Ultimamente stiamo sperimentando anche la dimensione acustica, cosa che fino a qualche tempo fa non facevamo e ci sta dando grosse soddisfazioni. Questo nuovo aspetto del live ci ha aiutato anche nei concerti elettrici (dimensione che ancora preferiamo perché in fondo ci piace sudare..ahahahah), imparando a non suonarci sopra, rimanere sempre in una sorta di “ordine delle cose” che rende il tutto più gradevole all’orecchio del pubblico. Poi, come dice Andrea ci piace molto dare un vestito nuovo ogni sera ai nostri pezzi, per non rischiare di essere ripetitivi o addirittura macchinosi. Speriamo comunque di vederti presto a un nostro concerto, in modo che tu stesso possa verificare la veridicità di questa cosa.

- Credo che la scena indie italiana sia cresciuta in maniera importante in questi ultimi anni, con alcuni prodotti che hanno saputo imporsi anche al di fuori dei confini nazionali. Siete d’accordo? Cosa c’è dietro all’importante ripresa di questo movimento a vostro avviso?

Muddy: Si, la scena indie italiana, a mio parere, non ha mai cessato di vivere, diciamo che grazie a una voglia di rivalsa dei giovani nostrani nell’ultimo periodo sta godendo di grande lustro e grande considerazione da parte dei più. La ricerca di un’identità unica nazionale ha aiutato la ripresa del movimento e ha fatto molto bene a molti artisti indipendenti, ma il discorso dell’estero è un po’ differente, rimane sempre lo scoglio della lingua: l’italiano non lo conoscono in molti al di fuori dei confini e farsi accettare da un pubblico estero cantando nella nostra lingua è difficile. Quindi è chiaro che i gruppi che hanno avuto fortuna in Europa e non solo, non sono gruppi convenzionalmente italiani, penso ai Giardini di Mirò o ai Piatcions, che di italiano nella loro musica hanno ben poco. Purtroppo ogni cosa ha i suoi lati positivi e negativi, perché, come dicevamo prima, se è difficile farsi accettare all’estero cantando in italiano, è altrettanto difficile farsi accettare in Italia e cantare in Inglese.

- Cosa ne pensate dei download illegali, del filesharing, dei P2P? Pensate che tutta la musica che passa liberamente attraverso la rete possa aver rovinato la magia dell’arte o invece trovate positivo il fatto di una sempre maggiore espansione del prodotto che dà ora la possibilità a progetti nuovi o sconosciuti di arrivare anche a persone fisicamente molto distanti?

 Muddy: Oggi non si vive più di musica ( probabilmente non si vive di arte in generale), tanto meno lo si fa con la vendita dei dischi, basti pensare a tutti i gruppi che hanno scelto direttamente la via del filesharing o dello scaricamento gratuito dei dischi stessi. Con questo non voglio dire che sia un male, anzi, si raggiunge molta più gente e si riesce a far conoscere la propria musica anche in parti del mondo in cui il disco non sarebbe mai arrivato. Questa sorta di libero mercato concede a prodotti di alto livello di farsi conoscere nonostante siano senza etichetta o distribuzione o promozione, ma come tutto, ha i suoi lati negativi: purtroppo tutti oggi, con la visibilità che danno internet e tutti i siti vari, non si riesce più a distinguere la qualità dalla quantità, si ascolta tantissima musica (ed è un bene, intendiamoci) ma senza prestare più attenzione, a differenza di come si faceva negli anni ’90. Secondo me il problema è alla base, le etichette e le varie istituzioni dei diritti d’autore non capiscono questa cosa e alimentano un mercato discografico che attraversa ormai da anni un periodo nerissimo. Comunque lo scaricamento non è una cosa che viviamo come il male del 2000, ma molti di noi sono ancora affezionati all’oggetto e quindi al CD o al LP, siamo per l’idea romantica dell’andare a cercare il pezzo fisico, rimanere mesi in attesa prima di trovare un disco che cercavamo da tempo e poi poterne leggere i crediti, i testi, le eventuali grafiche, o meglio ancora annusare quel magnifico profumo che emanano i 33 giri.

- Ultima domanda: cosa c’è nei vostri I-Pod in questo momento? Avete qualche artista nuovo da suggerire ai nostri lettori?

Muddy: Purtroppo (o perfortuna) non riesco più a togliere Bon Iver dal mio lettore, è come una malattia cronica, mi perseguita e non mi lascia più. Lo adoro. Poi sto riscoprendo una band che ho sempre ascoltato poco, i Band Of Horses, trovo che “Everything All The Time” sia davvero un ottimo disco. Sto letteralmente divorando “Very Extremely Dangerous” di Eddie Hinton, un’artista scomparso troppo presto e sempre troppo poco considerato. Grazie al cielo però non mi fermo solo su cose che poi posso anche “sfruttare” per il suono dust, infatti sto apprezzando i Fine Before You Came che con “S F O R T U N A”  e “Ormai” hanno aperto un mondo abbastanza nuovo per le mie orecchie. Finalmente sono anche riuscito a ritrovare l’amore per la musica italiana che avevo perso tempo fa, ad esempio grazie a Paolo Benvegnù, lui è un artista fantastico e completo, sia nei testi che nelle musiche, “Herrman” è a mio modesto parere, il disco italiano del 2011, ma anche “Le labbra” ha delle ottime cose. Per quanto riguarda artisti nuovi che mi piacerebbe suggerire ci sono Hola, La Poyana! che ha da poco presentato nella sua Cagliari “Lazy music for dry skin”, un ep spettacolare, 5 brani acustici con chitarra slide tra blues, folk e pop, disco da ascoltare in solitudine,magari in notturna e trarre vera goduria dalle melodie che scrive, ad esempio “Vicious Dog” è un pezzo che amo. Poi ci sono i bresciani The Churchill Outifit che hanno dato alla luce a Marzo a un disco che merita davvero tanto, intitolato proprio “tCO” e prodotto dall’amico Edipo.

 Andrea: Nel momento in cui scrivo, i dischi che sto ascoltando con maggiore frequenza  sono: “Bee Thousand” dei Guided By Voices, “Entertainment!” dei Gang Of Four, “Small Change” di Tom Waits, “It’s a wonderful life” di Sparklehorse e l’ultimo album di Andrew Bird, “Break it Yourself” che mi sta incuriosendo molto e che mi sento di consigliare. Per quanto riguarda altre band interessanti affermatesi negli ultimi anni, personalmente ho un debole per i Beach House e per la naturalezza con cui scrivono melodie strepitose. Parlando invece di beautiful losers in attivo da più tempo, faccio il nome degli “InnocenceMission”, strepitosa band folk-pop americana che non sento nominare quasi mai e che merita di essere riscoperta. Consiglio caldamente il loro “My room in the trees” di un paio d’anni fa, per me un piccolo capolavoro.

 

[Si ringrazia Marco Masoli della Costello's Booking & Management per la gentile collaborazione]


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