Dum Dum Girls


A cura di ap1976parma, Mercoledi, 25 aprile 2012


Le Dum Dum Girls dovevano essere inizialmente il progetto solista di Kristin Gundred e si sono poi trasformate, con il passare del tempo, in una vera e propria band. Nel 2010 hanno pubblicato il loro esordio ‘I Will Be’, mentre durante l’anno successivo le ragazze californiane hanno realizzato un EP, ‘He Gets Me High’, in primavera e un secondo ottimo album, ‘Only In Dreams’, durante l’autunno: noi di troublezine.it abbiamo intervistato proprio la frontwoman nel giardino esterno del Bronson di Ravenna lo scorso 31 marzo, poche ore prima del loro concerto nella prestigiosa venue romagnola.

 

Dee Dee puoi raccontare ai nostri lettori come sono nate le Dum Dum Girls e gli episodi più importanti della vostra carriera ad oggi?

 

Ho iniziato ad imparare a suonare la chitarra dopo essere stata una batterista. Volevo iniziare a scrivere canzoni, così ho deciso di iniziare a suonare la chitarra, ho incominciato ad imparare a suonare canzoni facili come quelle dei Beatles o di Bob Dylan, perché volevo suonare canzoni di artisti di cui ero fan, poi ho cominciato a scrivere alcune canzoni e nello stesso tempo ho iniziato anche a registrarle: avevo tanto tempo a disposizione, venivo a casa dal lavoro, mio marito (Brandon Welchez dei Crocodiles, ndr) era in tour, così ho iniziato a scrivere e registrare canzoni e poco dopo ho deciso di crearne un progetto che ho deciso di chiamare Dum Dum Girls. Ho messo i miei pezzi su internet, qualcuno li ha ascoltati, ho fatto uscire qualche 7”, un 12” e poi dopo circa sei o sette mesi la Sub Pop mi ha contattato. E’ stata una cosa pazzesca, erano interessati a lavorare insieme. Ho incominciato a mettere insieme alcuni demo e altre canzoni che stavo scrivendo e ciò che ne è uscito è poi diventato ‘I Will Be’. Avevo bisogno di una band con cui andare in tour, perché ovviamente non potevo mantenerlo come un progetto solista. Ho registrato e scritto tutto da sola, ma è solo il 50% di quello che amo delle Dum Dum Girls, l’altrà metà è suonare dal vivo. Non volevo suonare con delle macchine, ma cantare in una rock’n roll band! Mi ci è voluto un po’ di tempo per trovare le persone giuste con cui suonare, Sandy, per esempio, è arrivata solo dopo l’uscita di ‘I Will Be’, Malia, la nostra bassista, si è unita a noi solo di recente, è un viaggio, una progressione.

 

Cosa ci puoi dire della Sub Pop? Cosa si prova a lavorare con una indie-label così importante? Basta dire Nirvana…

 

Hai ragione. E’ fantastico lavorare con loro. Vengo dalla West Coast e sono stata una teenager negli anni ’90, quando la Sub Pop ha lanciato una delle mie band preferite, appunto i Nirvana: il loro interesse nella mia musica mi ha completamente scioccato, era qualcosa di surreale. Loro sono leggendari, sono una delle due più grandi indie-label americane. Era una cosa incredibile, mi ero spaventata, non sapevo se sarei riuscita a passare da qualcosa di piccolo, senza contratto discografico e solo con qualche 7” pubblicato ad un’etichetta così grande ed importante. Poi ho chiesto ad alcuni amici che lavorano per loro, i No Age, per la cui musica ho un grandissimo rispetto, e loro mi hanno detto che si trovano molto bene con la Sub Pop; sono volata a Seattle e, sai, nonostante tutta la leggenda che li circonda, sono ancora una casa discografica a formato famigliare, sono appena venti persone, ora li conosco tutti, sono persone fantastiche. Sono stati come una perfetta casa, mi hanno supportato quando non ero nessuno, non hanno mai interferito con le mie idee o con le direzioni che volevo intraprendere, le opportunità che abbiamo avuto sono maggiormente dovute alla nostra associazione con loro.

 

Come ti sei sentita quando hai ricevuto la chiamata della Sub Pop?

 

E’ stato incredibile. Mi hanno scritto su Myspace. Avevo solo un singolo pubblicato per una piccola etichetta e un altro per la Captured Tracks, e mi hanno detto di essere interessati non a un singolo, ma a un album delle Dum Dum Girls.

 

Parlando del secondo album, quali pensi siano stati i cambiamenti più evidenti in questi due anni?

 

E’ cambiato veramente tanto, attualmente sto ancora scrivendo e registrando, facendo demo, nella stessa maniera a cui ero abituata in passato.

 

Avete pubblicato anche un EP (‘He Gets Me High’) durante lo scorso anno.

 

Credo che tutto abbia un senso, continuo a fare quello che facevo anche quando ero da sola.

 

Pensi che possa essere stata una progressione?

 

E’ stata una progressione, sicuramente per quanto riguarda le registrazioni. Con ‘He Gets Me High’ è stata la prima volta che lavoravo con altre persone, ma eravamo solo io, Sune (Rose Wagner dei Raveonettes, ndr) e Richard (Gottehrer, produttore di entrambi gli album della band, ndr), con ‘Only In Dreams’ ho deciso di voler fare un disco insieme alla band, è stato un altro passo avanti, ma per me ciò che è più importante è come andavano le cose: la posizione in cui ero mi faceva sentire appropriata alle canzoni, siamo stati in tour a lungo con la band, ma volevo fare un album che suonasse come un disco composto da una band vera e propria. Fondamentalmente registriamo live, c’è un aspetto non tangibile quando registri live ed è ciò che avevamo bisogno che succedesse per questo album. Non è così importante, ma guardo a quello che sto facendo e cerco di creare la canzone come credo possa suonare meglio.

 

La malattia di tua madre (tumore al cervello, ndr) quanto ha influenzato il tuo processo in fase di scrittura?

 

Parecchio, anche nelle canzoni che non hanno necessariamente a che fare con la morte o con la sofferenza. Credo anche le canzoni che non riguardano la morte o quella parte di vita, sono molto contestualizzate all’interno di questo dramma. Avere a che fare con una malattia terminale è comunque una parte della tua vita, anche se la canzone parla di mio marito o di qualsiasi altra cosa, era comunque colorata dal fatto che altre cose stanno succedendo. Non sono molto brava con queste cose, è stato drammatico produrre un album e poi suonare queste canzoni, ma credo che mi abbia aiutato a passare questa situazione in una maniera molto migliore di quella che io avevo scelto di affrontarla.

 

E’ stato qualcosa di terapeutico?

 

Sì, credo proprio sia andata così.

 

Cosa ci puoi dire della relazione con tuo marito Brandon? Siete spesso in tour con le vostre band e magari mentre uno si trova in Australia, l’altra è in Europa. Come riuscite a gestire questa vostra situazione?

 

In effetti è difficile. Bisogna lavorare duramente. Adesso cerchiamo di coordinarci più che possiamo. Ti ricordi che qualche mese fa abbiamo fatto un lungo tour dell’Italia? E’ stato fantastico, cerchiamo di fare cose di questo genere, così da poterci incontrare. Finito questo tour, lui verrà a Berlino con noi e poi sarà anche al nostro tour nella West Coast.

 

Ti posso chiedere che esperienza è stata quel tour italiano?

 

E’ stato veramente bello e divertente, è stato il tour più cool che abbiamo mai fatto. Eravamo solo Brandon ed io, salivamo su un treno con le nostre chitarre. I Crocodiles hanno molti più fan rispetto alle Dum Dum Girls qui in Italia. Abbiamo incontrato tantissimi suoi fan ai concerti, i ragazzi conoscevano tutte le parole delle loro canzoni, ero così orgogliosa, tecnicamente era un lavoro, ma è stata anche una specie di vacanza. Credo che ripeteremo ancora questo esperimento.

 

In ‘I Will Be’ hai scritto una canzone in tedesco, ‘Oh Mein M’. Ci puoi raccontare da dove è nata l’idea di scrivere un testo in una lingua straniera?

 

Parlo tedesco, l’avevo studiato al college, ma dopo non l’ho più parlato molto spesso, pochi parlano tedesco negli Stati Uniti, quando siamo in Europa non abbiamo mai fatto più di un paio di date in Germania, Austria e Svizzera, così non l’ho usato quasi mai. E’ una canzone riguardo all’amore a prima vista, in inglese sembrava una cosa molto forzata, allora ho deciso di scriverla in un’altra lingua e mi sono divertita di più, anche se rimane un tema molto semplice e scontato. In questo caso la lingua tedesca suonava bene.

 

Non è più semplice scrivere un pezzo in inglese?

 

Credo di sì, ma mi è sempre piaciuto ascoltare band che cantano in altre lingue. Penso che l’italiano possa essere uno dei prossimi passi. (Ride)

 

Che cosa ci puoi dire sulla cover di ‘There Is A Light That Never Goes Out’ degli Smiths, presente sull’EP? Perché hai scelto proprio quella canzone?

 

E’ stata una scelta dell’ultimo minuto. Volevo una canzone che avesse un significato importante, sono una grande fan di Morrisey, credo che lui sia uno dei migliori lyricist  di sempre, l’abbiamo scelta e l’abbiamo provata così in fretta che non abbiamo avuto il tempo per pensare se la gente l’avrebbe potuta accettare.

 

Che programmi avete per il futuro? Suonerete a qualche festival durante la prossima estate?

 

Stiamo finendo un nuovo EP che credo potrà uscire verso la fine dell’estate, torneremo in Europa in luglio e agosto, ma non per un lungo tour. Presumibilmente torneremo in autunno, dopo la pubblicazione dell’EP.

 

Che idee avete per il nuovo album?

 

E’ già scritto in parte, credo che dovrei finirlo quando andrò a Berlino, tra poche settimane. Scrivo parecchio. Non scrivo molto quando siamo in tour, ma metto insieme parecchie idee e quando arrivo a casa mi metto a lavorare senza pause per circa una settimana. Devo solo controllare che tutto vada bene.

 

[Si ringraziano Leonardo Cianfanelli della Kizmaiaz Edizioni Musicali, Francesco Cerroni della Livenation, Chris Angiolini, Enrico Martinelli e tutto il gentilissimo staff del Bronson per la gentile collaborazione]


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