Anthon Corbijn


A cura di George, Venerdi, 5 settembre 2008


Uscirà finalmente anche in Italia a fine Settembre "Control", il film di Anthon Corbijn sulla vita di Ian Curtis, indimenticato leader dei Joy Division e figura chiave di gran parte della storia della storia musica inglese dal 1980 ad oggi influenzando una infinità di ragazzi e gruppi.

Vi riportiamo qui una intervista allo stesso regista che parla del film e delle sue sensazioni sulo stesso.

Quando il produttore Orian Williams le ha proposto di dirigere un film, lei gli ha confessato che in realtà stava già pensando ad allargare i suoi orizzonti professionali…

Erano 5 anni che accarezzavo l’idea di dirigere un film. Quando fai il fotografo per così tanto tempo, è positivo cimentarsi in qualcosa di diverso. Avevo già realizzato dei video, dei cortometraggi, avevo fatto il grafico e lo scenografo per il teatro e per quanto riguarda la fotografia avevo fatto tanti progressi e battuto molte strade. Il cinema era una cosa alla quale avevo sempre pensato anche perché nel corso degli anni ho fotografato tanti registi e attori, e avevo voglia di raccontare una storia attraverso un mezzo diverso dalla macchina fotografica.

Dopo aver rifiutato il progetto una prima volta,  alla fine ha accettato perché ha capito che doveva essere lei a raccontare la storia di Curtis e dei Joy Division?

Ripensandoci credo proprio che sia andata così. Inizialmente non ne ero sicuro perché non avevo mai diretto un film e non volevo rovinare un progetto che avrebbe potuto essere realizzato da qualcun altro meglio di me. Non volevo fare un brutto film altrimenti ci sarebbero voluti anni prima che Ian Curtis avesse avuto il film che meritava.

Ricorda la sua esperienza personale con Ian?

L’ho incontrato di persona due o tre volte. Il primo incontro, quello per la foto in metropolitana, è stato piuttosto breve, solo dieci minuti. All’epoca il mio inglese era piuttosto scarso, e ricordo di aver tentato di dire qualche parola per presentarmi ma nessuno dei componenti del gruppo aveva voluto stringermi la mano. Dopo aver scattato le foto, però, vennero tutti a salutarmi e a darmi la mano e questo voleva dire che in qualche modo gli ero piaciuto subito, ancor prima di vedere le fotografie. Quando poi gliele mandai, ricordo che le gradirono moltissimo, a differenza di tutti gli altri. Infatti quelle foto non piacquero a nessuno perché a nessuno piace guardare la nuca di una persona. E quindi nessuno le pubblicò anche se il gruppo usò uno di quegli scatti per un singolo. Poi Rob Gretton mi chiese di andare a Manchester per fotografarli di nuovo mentre preparavano il video di ‘Love Will Tear Us Apart’. E quello fu il secondo incontro ma anche in quel caso non riuscii ad intavolare una grande conversazione con loro visto che il mio inglese era ancora piuttosto scarso. Inoltre ero anche molto timido. Una cosa interessante della mia scarsa conoscenza dell’inglese era che non capivo i testi delle canzoni di Ian ma riuscivo a sentire che si trattava di argomenti pesanti e importanti; dalla maniera in cui cantava, si capiva che si trattava di cose che gli stavano a cuore. E inoltre i Joy Division erano il motivo per cui mi ero trasferito in Inghilterra anche perché c’era una grande differenza, per me, tra i musicisti olandesi e quelli inglesi.  In Olanda, la musica sembrava una sorta di hobby pagato dallo stato mentre in Inghilterra appariva piuttosto come una fuga da una certa forma di vita.

Crede che le sue esperienze dirette le siano servite a capire e descrivere meglio Ian Curtis?

Credo che il fatto di averli frequentati almeno un po’ mi abbia aiutato a capire il contesto del film e ciò che resta di quell’epoca. Le mie fotografie e il mio video [Atmosphere] hanno avuto un certo successo e ormai mi sento accettato e non più straniero.

Si può dire che il film si regga tutto sulla scelta dell’attore che interpreta Ian Curtis. Ha sentito il peso di questa responsabilità?

Sono perfettamente d’accordo con  lei perché la scelta dell’attore era fondamentale e devo dire che era una cosa che mi spaventava parecchio. Quando cerchi un attore, inizi sempre da quelli più famosi e devo ammettere di aver contattato un paio di attori molto conosciuti. Poi ho fatto tante ricerche a Londra e nel nord dell’Inghilterra, ho visionato le cassette con i provini e alla fine ne ho vista una con Sam Riley. C’era qualcosa in lui che mi ha fatto ripensare ai giorni trascorsi con i Joy Division. Quando arrivai in Inghilterra alla fine degli anni 70, incontrai quei musicisti ragazzini che non avevano un soldo, erano vestiti male, erano malnutriti e fumavano una sigaretta dopo l’altra. E Sam Riley era esattamente così: magrissimo, senza soldi e inoltre fumava nella stessa maniera. Quello che avevo davanti, non era solo un attore ma anche un ragazzo che sembrava uscito dritto dritto dagli anni 70. Ho sentito immediatamente che era quello giusto. Ciò detto, ero nervosissimo e molto preoccupato di aver fatto la scelta giusta, perché pensavo che non avesse abbastanza esperienza. Ma quando venivo assalito dai dubbi, pensavo a Kes, di Ken Loach. Mi piace l’innocenza di quel ragazzino, e volevo lo stesso da Sam Riley. C’è una bellissima onestà e un magnifico realismo nell’inesperienza delle persone. E quello che ha fatto Sam è estremamente credibile; ha lavorato tantissimo e ha messo tutto se stesso in quel ruolo.

Aveva deciso sin dall’inizio di girare in bianco e nero?

No, anche se sono tanti coloro che pensano che io lavori solo col bianco e nero ma non è affatto così perché ho lavorato parecchio con il colore. Ma i miei ricordi dei Joy Division sono essenzialmente in bianco e nero e se guardate le immagini che ci sono in giro sui Joy Division, soprattutto le fotografie, il 99% del materiale è in bianco e nero. La ragione è che trattandosi della fine degli anni 70 e gli inizi degli anni 80, tutte le più importanti riviste di musica erano ancora in bianco e nero. Prima di aver diritto ad una fotografia su una rivista a colori, una band doveva avere inciso almeno un grande successo ed essere diventata un po’ più commerciale ma i Joy Division non avevano ancora pubblicato nulla che avesse avuto successo. Inoltre, anche le copertine dei loro album erano tutte in bianco e nero e loro si vestivano prevalentemente di grigio o giù di lì. Per tutti questi motivi credo che sia stata la scelta giusta per un film sui Joy Division.

Il film ha un aspetto molto pulito e semplice, cosa che non capita spesso con i film che hanno a che fare con la musica…

E’ vero, ha ragione, ma io volevo che fosse così.

Che cosa la preoccupava di più nel dirigere il suo primo film?

Dirigere gli attori, che per me era una cosa nuovissima. Quando scatto le fotografie, faccio un po’ di regia ma è una cosa del tutto naturale e diversa. Speravo che fosse lo stesso per un film ma devo dire che ho dovuto imparare tante cose su come si dirigono gli attori.

E dopo "Control" ha voglia di realizzare un altro film?

Mi piacerebbe dirigere un altro film, ma vorrei che fosse un film d’azione, con più tensione, forse un thriller. Dirigere un film, per qualcuno che non ha una preparazione specifica in materia, è un autentico mistero. Ma dopo averne fatto uno, capisci tante cose e a quel punto riesci a concentrarti molto di più sugli elementi importanti della regia. Dirigere "Control" è stata una bellissima esperienza, forse la più completa e intensa che abbia vissuto finora. Molti scatti fotografici richiedono una grande intensità ma è pur vero che si tratta sempre e solo di attimi mentre quando dirigi un film l’intensità dura molto più a lungo.

INFO:

http://www.myspace.com/controlthemovieitalia